La European Bioplastic Association tutela gli interessi di tutte le aziende del ciclo produttivo dei biopolimeri (dalla estrazione al fine vita). Recentemente ha comunicato, per bocca del suo chairman François de Bie, il risultato di uno studio effettuato alla Wageningen University & Research (WUR), in Olanda, che ha analizzato il ciclo di un imballaggio realizzato in bioplastica: in questo caso imballaggi legati al settore alimentare (vedi foto testata di bustina da thè). Ed eseguito in un vero impianto industriale e non in un laboratorio.

        



#bioplastichecompost “Bioplastiche: confermata compostabilità in 22 gg in impianto e non  solo in laboratorio”



 

E’ stato così ottenuto un ammendante agricolo (compost) in appena 22 giorni, ovvero in un tempo generalmente inferiore al ciclo accelerato di molti impianti di compostaggio presenti anche nel nostro Paese (che può essere anche solo di 27 gg).

La ricerca è stata commissionata da un organismo prestigioso al di sopra delle parti: il ministero Olandese degli affari economici e delle politiche per il clima (EKZ).

Si può quindi mettere definitivamente fine alla querelle che contrappone spesso cittadini che vogliono essere virtuosi e società di trattamento dei rifiuti organici – come Alia nella piana fiorentina – che dicono che gli oggetti in bioplastica li mandano a bruciare come rifiuti indifferenziati?

Che equivale poi a dire: cittadini, voi spendete di più per essere virtuosi e per noi sono solo un problema. La cui ingenua e anti-storica conclusione – voluta o no – sarebbe: continuate a comprare monouso di plastica sintetica.

La risposta al quesito è un bel NO. Le bioplastiche resteranno a lungo un incubo per molte municipalizzate del rifiuto.

Secondo l’European Bioplastic Association, la prova industriale di compostaggio di cui sopra accennato, è stata fatta per alcuni prodotti oggi in commercio: shopper e film per imballo monouso, vasi per piante, filtri da te, capsule caffè e etichette della frutta. Oggetti di grande diffusione, familiari ai più.

Continuare quindi a negare l’esistenza delle bioplastiche, anzi ostacolarne lo sviluppo commerciale (tanto che ancora oggi non sono ufficialmente riconosciute come degne di una una raccolta separata – avete presente il triangolino che indica il tipo di rifiuto?), è un gioco che non tiene di conto di una realtà sempre soggetta ad evoluzione tecnologica, in questo caso anche ambientale, che può portare a ritardi nella messa a punto di tecniche di smaltimento efficienti, sviluppare esperienza nella manipolazione, se non ritardare gli stessi metodi di recupero e valorizzazione del rifiuto.

“Bioplastica” è già un termine non appropriato, anzi fuorviante: queste materie prime di più alto valore rispetto alla plastica sintetica, possono essere anche riciclate o rigenerate, come tutti i materiali termoplastici, quindi non necessariamente destinati all’unico destino oggi ammesso controvoglia cioè il compostaggio. Andrebbe considerato come un elemento che ha una vita indipendente dalle altre plastiche con cui ne condivide – a volte – l’aspetto – che è un aspetto da affrontare seriamente – ma non condivide affatto né l’origine, perché da amido e non da petrolio (olio minerale), né il fine vita. Nasce per lo più da una matrice non oleosa dunque. Ma con la plastica comune ne condivide invece alcune performances e in certi settori mostra anche valori in più, come per es. la non contaminazione del cibo da additivi come i plasticizzanti delle plastiche di sintesi, la naturale batteriostaticità e quindi se non una migliore salubrità – da dimostrare – almeno una non alterazione del contenuto.

Dice Maarten van der Zee, co-autore dello studio: “dopo il primo ciclo di trattamento di 11 giorni, il vaso in pla (suppongo: in pla espanso) è completamente scomparso.” “Significativamente – aggiunge – in modo più rapido della carta (nota: che in genere contiene pure un pò di biocidi non graditi a certi microrganismi) e di molti materiali organici tipo buccia di banana o di arancia per es.” E infine il chairman di European Bioplatiche chiosa: “le bustine da té in pla si sono disintegrate con successo entro 22 giorni”

La compostabilità di un prodotto/oggetto però passa anche dalle caratteristiche della sua struttura che possono incidere sul ciclo di compostaggio. Nel caso di questo test non si parla di bicchieri, forchette, piuttosto che vaschette o piatti alimentari – tipici invece delle tradizioni dei paesi del Sud Europa, Italia compresa ovviamente – dove lo spessore del materiale può essere anche di un millimetro.  In questo credo che il ciclo di 27 gg sia realisticamente una via non praticabile.

Tuttavia se il prodotto è stato certificato secondo la norma europea EN13432, che prevede invece un ciclo di 90 gg, non si può dire che debba perciò essere messo al bando o bruciato a prescindere con l’indifferenziato o misconosciuto da chi preposto a smaltirlo come rifiuto. A volte sembra di assistere alla scena di un branco di struzzi che infila la testa sotto la sabbia o di arrabbiati crocifissori che se la pigliano con l’untore (dei biopolimeri) di manzoniana memoria. Piuttosto occorre prendere atto che magari non ci sono ancora le competenze o ricerche sulla struttura/uso del prodotto in funzione del ciclo di compostaggio accelerato o che il anche il processo di compostaggio vada specializzato per es. Mi ricordo certe battutine di funzionari corepla anni fa mentre presentavo a qualche conferenza le prime applicazioni delle fibre pla per es. nei prodotti igienici monouso.

Molti prodotti, soprattutto imballaggi alimentari, sono e possono essere realizzati con biopolimeri come Mater-.bi™ o Ingeo™ che sono in sé matrici compostabili e certificate ma il test va poi fatto sull’oggetto. E se anche l’oggetto rientra nel ciclo di 90 gg, ma tutti gli impianti sono programmati per cicli molto più brevi, forse dovrebbe essere la norma ad adeguarsi? O più razionalmente potrebbe essere un’insieme di passi avanti, anche piccoli ma decisi, nella stessa direzione, come del resto è sempre successo nella storia dell’evoluzione industriale.

Si capisce benissimo che cicli brevi di compostaggio significano più trattamento di rifiuti nell’anno e quindi più guadagni perché con meno costi. Ma il ciclo del rifiuto non può influire sulla scelta del prodotto, soprattutto se la legge lo riconosce,; perché è il consumatore cittadino che va in primo luogo tutelato e nella tutela si deve includere la sostenibilità del proprio futuro e di quello dei suoi figli.

L’end of waste infine viene troppo spesso identificato come il fattore determinante quando ci si riferisce alla sostenibilità di un prodotto: “è biodegradabile – pensiamo – quindi è meglio di quello che non lo è”. Ma sarebbe il dato analitico quello che conta. L’indice di biodegradabilità infatti non è né l’indicatore principale né può essere il fattore determinante di scelte industriali che riguardano il prodotto e il suo scopo. In teoria non dovrebbe neppure essere il movente di un acquisto alimentare ma un co-attore nel caso. La sostenibilità deve infatti prendere visione di tutto il ciclo di vita di un prodotto che in genere si misura con tecniche come il test LCA; ma si parte dall’inizio cioè da dove prendo il materiale e si prosegue per il processo di trasformazione ma non si può saltare l’oggetto in se. Il bicchiere di pla ha molte proprietà che lo rendono più attuale e sensibile del bicchiere monouso di plastica sintetica, ma il suo spessore necessario ad essere funzionale, richiede di pensare a tecniche di smaltimento più valorizzanti la materia prima come la rigenerazione, se in un ciclo di compostaggio di poche settimane non si può buttare, salvo che resti confinato in piccole percentuali come il grasso della bistecca, qualche ramo di pomodoro, la buccia di banana o il sale da cucina, tutti di non facile bio-digestione negli impianti di compostaggio , sacchetti di carta inclusi.

Il Life cycle assessment (LCA) misura il ciclo di vita di un materiale – che può essere anche un prodotto o un semilavorato – noto anche come cradle-to-cradle – dalla culla alla culla – indicando che prendi dalla Natura la materia prima e rimetti in Natura altra materia prima (compost per es) per consentire di attivare un nuovo ciclo vitale – cosa che non si attiva con i gas serra o il petrolio. Ma se invece fai concludere il ciclo con una bella “sbruciacchiata” (elegantemente: termovalorizzazione) ciò che rimane per i posteri è probabilmente solo un gas serra in cielo e delle diossine a terra nel caso delle plastiche e decisamente meno tossicità, meno gas serra per le bioplastiche anche se è comunque come gettare al vento un tesoro. In questo caso la rigenerazione cioè riportare quel bene a un polimero, per essere trasformato in un nuovo oggetto, è la strada da seguire ove tecnicamente e “politicamente” possibile.

Marco Benedetti
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Fonte Equologia.com

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